L’INTELLIGENZA EMOTIVA E LA DISABILITA’ INTELLETTIVA
di Marco Bertelli (Psichiatra, Psicoterapeuta - Firenze)

Partiamo dalla definizione di intelligenza. 'Il termine - scriveva una delle più note enciclopedie degli anni 70 - definisce una speciale facoltà dello spirito, una 'scintilla divina' che distingue l'uomo dagli animali', si tratta dell’'...attitudine a comprendere e reagire prontamente, come dote di efficienza mentale che comporta numerosi altri pregi personali: cultura, bontà, ricchezza...' ; l’intelligenza era considerata '...misurabile col rapporto EM (Età Mentale)/EC (Età Cronologica)'. Oggi il termine si riferisce alla capacità di apprendere e di utilizzare correttamente ciò che si è appreso.
Quasi tutte le definizioni di ieri e di oggi tendono a far riferimento esclusivo all’intelligenza di tipo logico-deduttivo, a quella facoltà cioè che ci consente di fare, per esempio, calcoli matematici esatti e validi sillogismi.
Non è questo lo stesso tipo di intelligenza che ci permette di capire lo stato d'animo altrui nelle sue infinite sfumature emozionali e, conseguentemente, di interagire con gli altri nel modo più adeguato e vantaggioso, di stabilire rapporti psicologici, di affetto. La comprensione empatica della tristezza provata dal nostro interlocutore, a dispetto delle parole allegre che si sforza di pronunciare, è un atto di decodifica proprio come la capacità di tradurre significati da un’espressione algebrica. Nel primo caso è all'opera la mente emotiva, nel secondo quella logico-deduttiva o razionale. Come esseri umani abbiamo infatti almeno due intelligenze: una che pensa, l'altra che sente.
Così come esistono infinite gradazioni individuali di intelligenza logico-deduttiva, dai geni agli idioti, sono riscontrabili in natura altrettante differenziate dotazioni di intelligenza emotiva e non ci sono evidenze che le persone più intelligenti sul versante logico-deduttivo siano proporzionalmente intelligenti sul versante emotivo e viceversa.
Chi opera nel campo della Disabilità Intellettiva (DI) non può non rimanere affascinato dal concetto di intelligenza emotiva e probabilmente non può resistere all’invito, che questo piccolo contributo vuole rappresentare, a dedicarvi ampie riflessioni. Il concetto ha infatti numerose implicazioni, alcune delle quali immediatamente evidenti, sulla definizione e sulla considerazione della DI, sul complesso funzionamento psichico di una persona con DI, sulla patogenesi dei suoi eventuali disturbi del comportamento, sulla relazione tra operatore e disabile intellettivo e sull’intervento riabilitativo.
Per sostenere la frustrazione di interventi difficili, lunghi e apparentemente improduttivi, come sono quelli che vengono attuati in questo campo, conviene ancora ricordare che la persona con DI non è "semplicemente" il risultato della sua patologia, ma è l'insieme di questa e di tutte le "strategie di sopravvivenza", più o meno efficaci o "distorte", che ha messo in atto nel corso del suo sviluppo, in una vita trascorsa a pensare in maniera insufficiente continuando a sentire bene.

"Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi."
Antoine De Saint-Exupéry - Il piccolo principe

Lo stimolo alla scrittura di queste brevi considerazioni è derivato dalla lettura del libro di Daniel Goleman ‘Emotional Intelligence’, nella sua traduzione italiana edita da R.C.S. Libri & Grandi Opere S.p.a., 1996.
Un grande lavoro sull’indagine dell’attività emotiva della mente è stato fatto da Paul Ekman all’interno della sua attività presso la California University di San Francisco. Interessanti notizie a riguardo, soprattutto in relazione ai reperti biologici delle emozioni, si trovano sul libro intitolato ‘Fundamental Questions About Emotions’, New York, Oxford University Press, 1994, a cura dello stesso Ekman e di Richard Davidson. Qui troverete anche casi di uomini senza emozioni.
Le teorie evolutive che sostengono il valore ontogenetico dell’altruismo sono state ampiamente dibattute da Malcom Slavin e Daniel Kriegman nel libro ‘The adaptative Design of the Human Psyche’, New York, Guilford Press, 1992.

Dott. Marco Bertelli