
Che cosa si deve intendere per 'qualità di vita' (QdV) della persona con disabilità intellettiva?
Contrariamente all’apparente semplicità, legata alla banalizzazione del suo uso frequente, l’espressione QdV può esprimere una molteplicità di significati tanto da risultare impossibile parlarne senza una precisazione di senso specifico. Nell’ambito generale delle comunicazioni di massa la QdV viene continuamente confusa con la vita di qualità, in riferimento ad un ideale universalmente valido di alta qualità degli ambiti della vita più materiali e commercializzabili: oggetti posseduti, carriera lavorativa, ambienti frequentati, vacanze, performance fisiche, ecc. Spesso viene addirittura usata come sinonimo di felicità.
In ambito sanitario la QdV riconosce molte definizioni diverse, ma rappresenta sempre un modo di valutare e di intervenire sulla persona portatrice di una disabilità. Attualmente la definizione più diffusa e accettata sembra essere quella proposta da Becker (1993) e sviluppata da Brown e Cummins. Questi autori sostengono che siano definibili degli ambiti di vita applicabili a tutte le persone e che la qualità di vita sia data dalla relazione tra la percezione individuale dell'importanza attribuita a questi ambiti e la percezione individuale della soddisfazione provata negli stessi. In pratica il modello sostiene un intervento sanitario che punti a fornire soddisfazione negli ambiti di interesse già esistenti o a crearne dei nuovi, indipendentemente dal livello di malattia o disabilità esistente. Non sarà mai motivo di soddisfazione e, quindi, non aggiungerà qualità alla vita, una cosa che non interessa. Un approfondimento dell'argomento è disponibile nella sezione 'contributi' di questo stesso sito.
Dott. Marco Bertelli
Esiste una precisa definizione di ritardo mentale grave?
Quali sono i criteri per definire una persona affetta da ritardo mentale?
La definizione di Ritardo Mentale è reperibile nei due principali manuali
per la diagnosi di malattia mentale: l'americano DSM (American Psychiatric
Association), giunto alla prima revisione della sua quarta versione e
l'internazionale ICD (World Health Organization), giunto alla sua decima
edizione.
In ogni caso la definizione poggia su 3 caratteristiche fondamentali:
1) disturbo intellettivo (Quoziente Intellettivo <70);
2) disturbo significativo delle capacità di adattamento alle esigenze di un
ambiente sociale normale;
3) insorgenza prima dei 18 aa (durante cioè la cosidetta età evolutiva).
In sintesi il Ritardo Mentale non viene considerato come un semplice
disturbo dell'intelligenza ma come una complessa condizione clinica di asse
II, cioè della personalità, caratterizzata da un disturbo dell'intelligenza
che, manifestatosi nella fase di sviluppo di una persona, ne ha condizionato
in vario modo l'evoluzione complessiva, sia da un punto di vista della
capacità di funzionamento, che della personalità, dell'adattamento e delle
relazioni sociali.
Il Ritardo Mentale viene invece suddiviso in 4 diversi gruppi solo sulla
base della gravità della compromissione dell'intelligenza:
Ritardo Mentale Lieve: QI da 70 a 55(o 50)
Ritardo Mentale Moderato: QI da 55 a 40 (o 35)
Ritardo Mentale Grave: QI da 40 a 25 (o 20)
Ritardo Mentale Gravissimo: < 25 (o 20)
I numeri fra parentesi indicano che i limiti sono diversi per sistemi
diagnostici diversi.
Dott. Marco Bertelli
