SI  M ONLINERUBRICACasella di testo: L’ESPERTO SPIEGA

 

Casella di testo: LA PSICOPEDAGOGIA DELLA DISABILITà:
L’IMPORTANZA DEL GIOCO E GLI ASPETTI CORRELATI

Casella di testo: Numero 1.1 Febbraio 2006

Casella di testo: Dott. ssa Luisa Di Giorgio, psicopedagogista
luisadigiorgio@virgilio.it

Casella di testo: L’ABILITAZIONE MEDIANTE IL GIOCO
Il termine riabilitazione risente di un condizionamento storico che lo ha spesso legato al concetto del recupero di abilità perdute. Ma, in realtà, il concetto è più esteso.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prima di parlare di "disabilità", si preoccupa di definire il "funzionamento".
Non ha senso parlare di disabilità se prima si fa riferimento ad uno stato funzionale considerato “di salute".
Nel quadro delle disabilità fatto dall’OMS, nei confronti degli svantaggi acquisiti nelle prime età della vita si dovrebbe parlare di "abilitazione", piuttosto che di "riabilitazione": non si tratta, infatti, di recuperare, ma di acquisire per la prima volta una abilità per la quale esistono impedimenti a motivo del deficit.
Il lavoro specifico per queste situazioni consiste nell'abilitare ed emancipare.
La ri-abilitazione si basa sulla consapevolezza che ogni persona, affetta da disabilità intellettiva, non è completamente distaccata dalla realtà, ma vi sono dei ponti tra il suo mondo interno ed il mondo esterno, in cui è immerso quotidianamente.
È su questi ponti, sulle parti non compromesse, cioè sulle parti “sane”, che lavora la ri-abilitazione.
L’obiettivo da perseguire è rappresentato dal raggiungimento del più elevato grado di autonomia possibile per quel paziente, in relazione alla sua storia, alle sue abilità, alla gravità della malattia, alla natura della sintomatologia, al contesto relazionale familiare e sociale in cui vive.
È necessario che l’equipe curante intervenga al fine di far riacquistare o di impedire la perdita delle abilità della vita quotidiana (cura di sé, del suo ambiente, della sua alimentazione), ma anche della capacità di comunicare e di esprimersi.
La ri-abilitazione è volta ad assistere persone con disabilità, a migliorare il proprio livello di funzionamento affinché possano avere successo ed essere soddisfatte; mira, quindi, a favorire l’acquisizione di capacità perdute, tramite interventi integrati condotti sia a livello individuale che ambientale, centrando l’attenzione su tutto ciò che costituisce la vita quotidiana del soggetto.
In tal senso l’operare riabilitativo rientra nel contesto più ampio della prevenzione. Difatti anche riabilitare significa operare nel senso di prevenire, più precisamente prevenire la stabilizzazione di una determinata disabilità.
Già nel 1990 l'OMS nel classificare le conseguenze invalidanti delle malattie, aveva distinto tra: 
- impairment (menomazione o alterazione funzionale conseguente ad una malattia o ad un trauma) 
- disability (disabilità, ossia conseguenza della menomazione in ordine alle capacità di un individuo a svolgere funzioni fisiche o mentali) 
- handicap (svantaggio sperimentato dall'individuo nell'ambiente come conseguenza della menomazione e della disabilità). 
Di recente l’O.M.S., in continuità con gli autori impegnati nella revisione della “Classificazione Internazionale delle Menomazioni, delle Disabilità e degli Handicap”, ha proposto una classificazione radicalmente nuova delle dimensioni e delle aree relative alle conseguenze funzionali delle malattie e dei disturbi. 
La precedente classificazione includeva le nozioni di malattia, menomazione, disabilità ed handicap. A causa del possibile effetto stigmatizzante e della connotazione negativa posseduta dalle ultime due nozioni, si è preferito adottare una terminologia più “neutra” indicando la disabilità con “limitazione all’abilità” e l’handicap con “restrizione di partecipazione”.
La classificazione OMS associava lo stato di un individuo non solo a funzioni e strutture del corpo umano, ma anche ad attività a livello individuale o di partecipazione nella vita sociale.
La  seconda classificazione, per continuità con la precedente, ha per titolo International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF). Lo scopo rimane quello di fornire un quadro di riferimento e un linguaggio unificato ma non si fa più riferimento a un disturbo, strutturale o funzionale, senza prima rapportarlo a uno stato considerato di salute inteso come normalità. Nella nuova classificazione (ICF) si parla di:
- Funzioni corporee e strutture corporee: le loro alterazioni (cioè problemi nelle funzioni o nella struttura del corpo) determinano una MENOMAZIONE (cioè una deviazione o una perdita significativa);
- Attività cioè la capacità di un individuo di eseguire un compito o un’azione: le difficoltà che un  individuo può incontrare nello svolgimento delle attività determinano una LIMITAZIONE DELL’ATTIVITÀ;
- Partecipazione cioè il coinvolgimento dell’individuo nelle situazioni della vita in relazione a: condizioni di salute, funzioni e struttura del corpo, attività e fattori contestuali: i problemi che l’individuo può avere nel tipo o nel grado di coinvolgimento nelle situazioni della vita sono le RESTRIZIONI DELLA PARTECIPAZIONE;
- Fattori contestuali: sono dati dai fattori ambientali (l’influenza esterna sul funzionamento) e dai fattori personali (l’influenza interna sul funzionamento) e una loro presenza negativa è rappresentata da barriere ed ostacoli.
Le funzioni corporee sono le funzioni fisiologiche dei sistemi corporei, incluse le funzioni psicologiche. Le strutture corporee sono parti anatomiche del corpo come organi, arti e loro componenti. Attività è l'esecuzione di un compito o di un'azione da parte di un individuo. Partecipazione è il coinvolgimento di un individuo in una situazione di vita. 
I fattori ambientali sono caratteristiche, del mondo fisico, sociale e degli atteggiamenti, che possono avere impatto sulle prestazioni di un individuo in un determinato contesto.
Il documento ICF copre tutti gli aspetti della salute umana, raggruppandoli in due distinti domini: 
- il dominio della salute (health domain, che comprende il vedere, udire, camminare, imparare e ricordare) ed è quindi più direttamente in relazione con strutture e funzioni corporee;
- il dominio collegato alla salute (health -related domains, che includono mobilità, istruzione, partecipazione alla vita sociale e simili) che si riferisce alle attività e partecipazioni e ai fattori ambientali. 
È importante sgombrare subito il campo da un equivoco: ICF non riguarda solo le persone con disabilità, riguarda tutti, ha dunque uso e valore universale. Rispetto a ciascuna delle centinaia di voci classificate, a ciascun individuo può essere associato uno o più qualificatori che quantificano il suo funzionamento, esistono qualificatori per le attività, per le quali al posto del termine menomazione si parla di limitazioni e per la partecipazione per la quale si possono avere restrizioni.
Infine sui fattori ambientali si hanno delle barriere. La classificazione positiva, che parte dal funzionamento per dire se e quanto ciascuno se ne discosta, ha il vantaggio rispetto alla classificazione precedente di non aver l'obbligo di dover specificare le cause di una menomazione o disabilità, ma solo di indicarne gli effetti.     
È da notare poi il fatto che il termine handicap è stato abbandonato, estendendo il termine disabilità a ricoprire sia la limitazione di attività che la restrizione di partecipazione.
 
RI-ABILITARE GIOCANDO
Il gioco è la spontanea e necessaria rappresentazione dell’interno dell’animo, il quale ha bisogno di estrinsecarsi (FROËBEL).
Un mezzo insostituibile per accettarsi e convivere con la propria corporeità è costituito dal gioco. La parola “gioco” deriva dal termine greco diookoo composto dalla radice DIA (attraverso) e VEIK (veicolo), e indica l’azione di fare passare attraverso ; giocare è fare passare attraverso di sé i confini dell’immaginario nel mondo esterno.
"Giocare" è un'attività ricca e significativa che dovrebbe occupare gran parte della giornata dei bambini, attraverso la quale si definiscono i confini del proprio corpo, si acquisisce autonomia, si sviluppano il linguaggio verbale e non verbale.
Il gioco rappresenta uno dei modi privilegiati per esplorare il mondo esterno e quello delle relazioni interpersonali, per sviluppare abilità motorie e cognitive, per sperimentare ruoli, per agire la propria creatività.
Le attività ludiche ricoprono nei bambini disabili le medesime funzioni. La forza del gioco infatti offre a tutti i bambini, non solo a quelli con disabilità, la possibilità di trasformare i contenuti dolorosi muovendosi liberi dalle insufficienze e dai fallimenti della vita reale; c'è il bambino che non cammina, quello che non riesce a leggere, quello che non vede e, conseguentemente, quello che non si sente all'altezza, che ha paura... nel gioco il protagonista diventa il bambino "interiore", che afferma la propria volontà e identità e aspetta di essere riconosciuto. 
Nel caso di  bambini con disabilità è importante che le attività di tempo libero  non vengano tralasciate o notevolmente ridotte dagli interventi terapeutici. Anche i bimbi disabili devono essere presi per mano ed accompagnati nella scoperta del gioco.
É dannoso e fuorviante considerare il gioco con i bambini disabili unicamente in un'ottica terapeutica: il gioco rappresenta infatti un'attività spontanea dell’essere di cui tutti i bambini sono capaci e ne hanno diritto soprattutto nelle prima fase della vita.
Giocare, come comunicare, risponde ad un bisogno intrinseco dei piccoli, non può divenire un mero atto riabilitativo in cui non vengano prese in considerazione le dimensioni della spontaneità e del genuino divertimento.
 L’intervento educativo e riabilitativo rivolto a persone con disabilità porta con sé il problema della scelta di proporre o meno attività adeguate all’età mentale del soggetto. Infatti, in taluni casi, potrebbe esservi una certa discrepanza tra le abilità che ci si potrebbe attendere da una persona dell’età cronologica del soggetto con deficit cognitivo e le abilità (motorie, comunicative, socio-relazionali, esplorative, ecc.) effettivamente padroneggiate. Si tratta chiaramente di una problematica che investe non solo l’insegnamento delle abilità ludiche, ma più in generale tutto il campo dell’apprendimento, non ultimo quello scolastico.
In quest’ottica, per la scelta dell’attività ludica, potrebbero rivelarsi utili alcune indicazioni operative.
È fondamentale trasmettere alla persona disabile quelle abilità che le permettano, stante il livello del suo deficit cognitivo, il massimo grado di integrazione sociale e di vita autonoma nella comunità. Proporre al ragazzo con ritardo mentale delle attività ludiche tipiche di bambini significa limitare la possibilità di interazione sociale con coetanei e  impedire tutte quelle forme di apprendimento per imitazione, possibili solamente quando si gioca con compagni più abili. 
 L’obiettivo dovrebbe essere sempre quello di proporre attività ludico/ ricreative, adeguate all’età cronologica e adatte al livello del soggetto: sono da seguire, dunque, alcuni accorgimenti:
· nell’apportare modifiche e adattamenti bisognerebbe evitare di alterare completamente il gioco e il suo obiettivo fondamentale;
· nella scelta degli adattamenti è necessario coinvolgere tutti i partecipanti ed ottenerne il consenso;
· non bisogna dar vita a parti separate dell’attività rivolte esclusivamente al ragazzo disabile;
· per quanto possibile, è necessario applicare le stesse regole a tutti i partecipanti;
· gli adattamenti introdotti vanno rimossi non appena la persona disabile ha sviluppato le abilità richieste;
· gli adattamenti vanno introdotti in base alle esigenze specifiche del ragazzo disabile;
· si devono introdurre adattamenti facilmente trasferibili da un ambiente all’altro (ad  esempio, dalla scuola all’ambiente domestico), in modo tale da favorire il processo di generalizzazione.
In tal modo diventa possibile conciliare due obiettivi. Da un lato, adattare le attività ricreative ai livelli di abilità del soggetto, dall’altro, favorirne l’integrazione nel gruppo dei coetanei.
"Il grande uomo è colui che non perde il suo cuore di bambino" (Mencio).
 
BIBLIOGRAFIA
 
Daniele Fedeli, Donatella Tamburri. “Mi insegni a giocare?” Strategie per insegnare abilità ludico ricreative a bambini disabili.  Vannini, 2005